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PRESENTATO IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE GIOVANNI AGNELLI SULLA VALUTAZIONE DELLA SCUOLA
Data: Venerdì, 21 Febbraio 2014, ore 11:40:37
Argomento: VALUTAZIONE



Fondazione Agnelli: valutare la scuola, non gli insegnanti

Presentato il rapporto sulla valutazione della scuola.
Non è la bacchetta magica che ne risolva tutti i problemi, ma un moderno sistema di valutazione può aiutare la scuola pubblica italiana a rinnovarsi, evitando i rischi di declino. Come? Fornendo dati, informazioni e analisi per capire le debolezze del nostro sistema d’istruzione e le ragioni dei suoi ritardi e divari. Offrendo a ciascuna scuola – attraverso le risorse della valutazione esterna (prove Invalsi e visite degli ispettori scolastici) – strumenti di diagnosi, che inneschino riflessioni critiche e azioni correttive per innalzare la qualità dei risultati dei propri studenti. Infine, mettendo a disposizione delle famiglie efficaci bussole per orientarsi, nella convinzione che un’informazione trasparente e disponibile a tutti potrà riguadagnare la fiducia dell’opinione pubblica e delle famiglie nella scuola pubblica.




Ne è convinta la Fondazione Agnelli, che dopo un lungo percorso di ricerca ha presentato a Roma il suo nuovo Rapporto sulla valutazione della scuola. Alla presentazione del Rapporto, a cura del direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, partecipano Luigi Berlinguer, Mariastella Gelmini e Francesco Profumo, durante il loro mandato al Miur protagonisti del faticoso e controverso percorso della valutazione in Italia.


Il Rapporto della Fondazione Agnelli presenta un quadro esauriente sulla valutazione della scuola in Italia e le soluzioni possibili, a partire dalle evidenze e dalle lezioni che vengono dalla ricerca, dall’esperienza internazionale e dalle sperimentazioni nazionali, in particolare dalla sperimentazione VSQ, svolta dal Miur in 77 scuole medie di alcune province italiane fra il 2011 e il 2013, con il monitoraggio della stessa Fondazione Agnelli.


Non mancano certo i dilemmi a cui il Rapporto cerca di dare una risposta.

In primo luogo, è davvero necessaria la valutazione della scuola? Vi sono, infatti, paesi con una scuola eccellente che fanno a meno di sistemi di valutazione strutturati. Sono, di solito, paesi dove – come in Finlandia – i docenti, grazie a un reclutamento selettivo e rigoroso, hanno in media qualità e motivazioni professionali così elevate che bastano deontologia e controllo dei colleghi a fare funzionare bene le scuole. Ma non è questa la situazione dell’Italia, dove un rinnovamento e innalzamento degli standard qualitativi dei docenti, attraverso anche migliori prospettive di carriera e incentivi professionali, sono obiettivi prioritari, ma di lungo periodo. La valutazione, invece, è necessaria oggi all’Italia, perché senza di essa è impossibile fare diagnosi precise dei punti di forza e delle criticità del sistema scolastico e delle singole scuole.


In secondo luogo, chi valutare? Certamente è possibile e utile valutare il sistema scolastico nel suo complesso, così come è decisivo valutare le scuole, con finalità sia di rendicontazione sia di diagnosi e miglioramento. La Fondazione Agnelli ritiene, invece, che non sia possibile né utile dare un giudizio sulla qualità dei singoli insegnanti attraverso gli strumenti della valutazione esterna, come le prove Invalsi. Lo suggeriscono l’esperienza internazionale (i pochi tentativi di valutazione degli insegnanti sono falliti, ad esempio, negli Usa), insieme a considerazioni metodologiche e statistiche. Lo suggerisce, infine, il fatto che i buoni risultati di un allievo sono sempre il frutto di un lavoro «di squadra» dei docenti, grazie a un clima di collaborazione e comune progettazione didattica. È giusto avere un sistema di incentivi per i docenti (ad es. di carriera), ma indipendente dalle prove standardizzate: servono, perciò, leve differenti, come nuove regole contrattuali, il controllo fra pari e maggiori strumenti decisionali per il dirigente scolastico.


In terzo luogo, con quali strumenti valutare? Oggi le prove standardizzate che misurano gli apprendimenti e le competenze degli allievi (come le prove Invalsi o Ocse Pisa), per quanto perfettibili, non sono affatto «quiz», ma hanno raggiunto un buon grado di affidabilità. Il modello di «valore aggiunto», inoltre, permette di misurare efficacemente il progresso compiuto dagli allievi di ciascuna scuola, tenendo conto dei fattori contestuali, come la provenienza socio-culturale ed economica dei ragazzi. Apprendimenti e competenze, tuttavia, non esauriscono quel che interessa valutare per capire la qualità di una scuola: per questo le prove vanno integrate con le visite periodiche agli istituti del corpo degli ispettori del Miur, che attraverso il dialogo con dirigente scolastico, docenti e famiglie permettano di ampliare gli ambiti della valutazione ad altri aspetti della vita scolastica (ad es. la capacità inclusiva) e avviare processi di miglioramento. Contano anche i processi di autovalutazione interni alle scuole, a condizione, però, che siano orientati da una seria e costante valutazione esterna, in assenza della quale il rischio è che diventino autoreferenziali.

Dal «concorsone» di Luigi Berlinguer del 1999, passando per le sperimentazioni volute da Mariastella Gelmini – come VSQ – fino al Regolamento del Sistema nazionale di valutazione (SNV), approvato con Francesco Profumo nel 2013, la storia della valutazione in Italia è stata tormentata ed esitante, con «false partenze», arretramenti, atteggiamenti ondivaghi della politica. Ci sono, però, alcune lezioni chiare apprese:

1) nonostante in 15 anni sia cresciuta una cultura della valutazione, la resistenza da parte degli insegnanti è ancora forte: scioperi, boicottaggi, manipolazione delle prove. Occorre che disegno e scopi della valutazione siano chiari ai docenti, che devono anche essere più coinvolti nella predisposizione delle prove;

2) la funzione della valutazione di diagnosi e supporto al miglioramento delle scuole va rafforzata, affiancandola a quella di rendicontazione;

3) l’improvvisazione non paga, fa perdere credibilità all’intero progetto: una volta decisa la rotta e ottenuto un sufficiente consenso, occorre mantenere coerenza di impianto;

4) è necessaria una formazione dei docenti alla valutazione su larga scala, oggi del tutto assente;

5) infine, usare gli strumenti di valutazione esterna per assegnare premi economici non funziona ed è controproducente, perché spinge a comportamenti opportunistici (teaching to the test) o manipolatori.


In sintesi, l’indicazione della Fondazione Agnelli – articolata in dettaglio nelle conclusioni del Rapporto – è che il futuro SNV debba concentrarsi sulla valutazione del sistema scolastico (sotto la responsabilità di un Invalsi indipendente dal Miur) e delle scuole (sotto la responsabilità dello stesso Miur, attraverso il corpo degli ispettori): per le scuole che superano con successo il vaglio della valutazione il premio dovrà essere un maggior grado di autonomia, ad esempio, nella gestione delle risorse umane (fino alla chiamata diretta), dei fondi per la formazione e le tecnologie, nella programmazione didattica.


Dopo molti anni in definitiva inconcludenti e che anche su questo tema hanno portato l’Italia a un ritardo rispetto agli altri paesi, ci si può chiedere: siamo ancora in tempo? La risposta della Fondazione è affermativa, ma preoccupata: «Il Regolamento del SNV, con alcune sostanziali modifiche, è forse l’ultima occasione per dare all’Italia un‘efficace valutazione della scuola – ha detto Andrea Gavosto – occorre impegnarsi a coglierla, con chiarezza e perseveranza negli obiettivi, unita a una costante ricerca del consenso da parte degli insegnanti. Senza la valutazione, infatti, sono a rischio la qualità e, dunque, il futuro della scuola pubblica italiana».


Ufficio Stampa Fondazione Giovanni Agnelli

SINTESI DEL RAPPORTO







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